L’esercizio delle attività di pesca nel Lago di Paola ha origini antichissime. I primi reperti sono riferibili, infatti, all’età repubblicana romana e riguardano la costruzione di una peschiera circolare (piscaria paulae), che si trovava sotto le pendici del Monte Circeo (cd. “piscina di Lucullo”, ancora ben conservata accanto al canale principale di imbocco del lago). Con il trascorrere dei secoli, tuttavia, l’estendersi degli acquitrini e il progredire della malaria causarono lo spopolamento e, successivamente, il completo abbandono di tutta la zona. Durante l’epoca medievale, i monaci benedettini che si presero cura delle terre abbandonate, svilupparono sul Lago la prima vera azienda di pesca. Il fatto che la chiesetta della Sorresca (XII secolo) abbia la sua porta d’ingresso proprio sulle acque del lago dimostra il rapporto tecnico-economico esistente a quel tempo tra il bacino e gli abitanti del luogo.
Dal tempo della dominazione araba sulle coste del Tirreno fino alla loro disfatta da parte dei normanni, nel XII secolo, passano cinque secoli nei quali sulle terre delle grandi ville rustiche romane (in primis, quella di età domizianea il cui rudere è ancora visibile sulle sponde del Lago), nascono quelle foreste che costituiranno oggetto della bonifica fascista del 1927, che intese restituire a gran parte di quel territorio la sua originaria destinazione agricola.
Nel 1301, Riccardo Annibaldi vendette il Feudo del Circeo a Pietro Caetani, nipote di Bonifacio VIII (Benedetto Caetani di Anagni 1294 - 1303). Con l’acquisto dei Caetani, convalidato da Bonifacio VIII, nasce propriamente il feudo del Circeo nella sua unità giurisdizionale e patrimoniale.
Lo spopolamento di Terracina, causato dalla pestilenza, condusse alla sottomissione del suo territorio alla diretta amministrazione della Reverenda Camera Apostolica, che lo tenne per più di due secoli. Appena stipulato il contratto di riscatto del Feudo del Circeo, la Reverenda Camera Apostolica ne concesse l’affitto delle rendite al Capitano Giuseppe Angeletti di Terracina, al quale contestualmente affidò l’opera di riescavazione dell’antico emissario romano del Lago, al fine di trasformare il bacino in una vera e propria valle da pesca.
Quindi, una volta riacquistata la libera disponibilità del territorio dell’ex Feudo del Circeo e del Lago della Sorresca (come allora veniva chiamato il Lago di Paola), si pose mano a quelle opere di bonifica che, nel 1777, con i progetti dell’Ing. Rappini, avrebbero coinvolto tutte le antiche paludi pontine. Tale impresa era ormai urgente perché il progressivo aumento della popolazione imponeva all’Amministrazione Pontificia di promuovere l’estensione delle colture agrarie recuperando, a tale utilità, le terre paludose.
Nelle opere poste in essere dall’Amministrazione Pontificia presso il Lago di Paola, posizione di preminenza assunse un prelato, il Mons. Collicola. Dal 1718, la Santa Sede era infatti divenuta proprietaria delle “Valli di Comacchio”, un’ampia estensione di stagni, costeggianti il mare per circa 49.000 ettari: un terzo più dell’intero territorio delle paludi pontine. E nelle Valli di Comacchio si praticava già da secoli la “vallicoltura” cioè l’arte di coltivare le aree lagunari ponendole in grado di ospitare pesci di mare attraverso l’opera dell’uomo. Tale industria trovava, nella geografia delle terre dell’alto Adriatico, naturali condizioni favorevoli, ossia paludi costiere alternativamente invase dalle acque dell’Adriatico o superate dalle piene dei fiumi, che in quel mare sboccano. L’opera dell’uomo ne aveva tratto benefici mediante la loro circuizione sia con bassi argini in terra, sia con palizzate in acqua (grasiole), collocando, tra gli uni e gli altri, dei varchi custoditi da trappole di cannucciate denominate “lavorieri”. Esse separano il pesce immaturo da quello maturo quando le acque, alternandosi tra dolci e salse, li spingono da una parte e dall’altra, secondo il loro istinto, determinando la produzione raccolta (e non pescata) dal personale degli stabilimenti vallivi. Vale la pena sottolineare tale aspetto della “raccolta”, in quanto le attività vallive vengono tradizionalmente assimilate a quelle agricole.
La possibilità di utilizzare l’esperienza comacchiese per realizzare nel Lago di Paola, una piccola valle da pesca sollecitò l’iniziativa dell’Amministrazione Pontificia. La derivazione comacchiese della sua opera si rivela nell’architettura del “Casone dei Pescatori”, esattamente uguale - anche nelle dimensioni - ad un “Casone di Valle”, e si rivela dal nome stesso della prima persona che prese in affitto la valle da pesca, il Cav. Romualdo Cinti, proveniente appunto da Comacchio.
La vallicoltura è sinonimo di allevamento in un recinto (vallum) e si fonda sull’accrescimento ponderale delle specie marine allevate, sebbene in forma estensiva, a partire da specie giovanili o - come si usa dire - dal “novellame”, i cui esemplari si chiamano “avannotti”. Dal mare risalgono, nelle lagune e negli stagni, pesci di ogni misura onde il vallicoltore deve attrezzare il canale di monta in modo che solo i pesci piccoli, gli avannotti, riescano a raggiungere lo specchio d’acqua interno, mentre i pesci già grandi vengono catturati immediatamente con il lavoriero. Il lavoriero era anticamente costruito con pannelli di canne palustri, unite strettamente con giunchi, fino a formare una sorta di telaio, uniti poi, - questi telai – l’uno con gli altri e infissi insieme nel fondo del canale emergendone quanto occorrente ad impedire che la marea li sopravanzasse e che i pesci ne potessero allora fuoriuscire in cerca di libertà.
Nel periodo che va dal 1721 al 1881, vengono completati i lavori tesi a rendere funzionale la valle da pesca, che viene affittata a terzi. Nel 1854, affittuario del Lago di Paola è Clementino Battista, la cui madre è Felicita Scalfati. La famiglia Scalfati era giunta a Sperlonga nella seconda metà del Settecento, al seguito dei Duchi di Sangro, principi di San Severo, nuovi feudatari di Fondi. Fino all’abolizione del feudalesimo nel Regno di Napoli – con le leggi del 1806 – la pesca nel lago di Fondi, spettante ai Di Sangro, era stata gestita dagli Scalfati con l’impiego di pescatori sperlongani. Gli Scalfati trasferirono, pertanto, sulle sponde del Lago di Paola, le proprie competenze legate alla piscicoltura, costituendo intorno al contesto aziendale il primo vero centro abitato all’interno dell’attuale perimetro del Parco Nazionale del Circeo. Lo Stato Italiano trovò attiva tale intrapresa allorché nel l870 acquisì per occupazione bellica, con la presa di Porta Pia, le terre dello Stato Pontificio.
In data 22 aprile 1881 lo Stato Italiano, rappresentato dall’Intendenza di Finanza, vendette a trattativa privata l’intero ex feudo del Circeo, comprendente il Lago di Paola, al Cav. Ottavio Giachetti. Con atto in data 3 marzo 1883, il Cavalier Giachetti alienò a sua volta il Lago di Paola ed annessi terreni a Clementino Battista. Una volta riunite proprietà del bene e gestione delle attività, la famiglia Scalfati ha continuato ad esercitare, direttamente o indirettamente, le attività di pesca nel Lago di Paola per i successivi 150 anni (considerando il primo contratto di affitto del 1854).
In particolare, negli anni Cinquanta, le attività vallive esercitate nel Lago di Paola (che ora ricomprendono anche l’allevamento dei mìtili), viene organizzata sotto l’Azienda Vallicola del Lago di Paola. Questo è il nome attraverso il quale, da quel momento, verranno storicamente gestite le attività di acquacoltura nel Lago di Paola. Parallelamente, per supportare la produzione, viene fondato l’Istituto di Idrobiologia “G. Brunelli”, che con i suoi biologi implementerà negli anni successivi l’attività di ricerca e di ripopolamento di specie ittiche del Lago.
Nel 1959, attraverso l’Azienda Vallicola del Lago di Paola, viene progettato il primo complesso di opere di sviluppo aziendale delle attività vallive. A supporto interviene la Cassa per il Mezzogiorno che, con il finanziamento erogato, permette la costruzione di un imponente impianto per la mitilicoltura costituito da centocinquanta pali di cemento armato, oltre alla risistemazione degli argini dei canali e dei lavorieri utilizzati per la pesca valliva. Le opere eseguite dall’Azienda Vallicola suscitarono interesse e consenso anche a livello internazionale; nel 1960 fu organizzato presso la sede aziendale, il Consiglio Generale della FAO sulla Pesca Mediterranea.
Nel frattempo, nel 1968, la Corte di Cassazione respinge con la sentenza n. 956 del 27 marzo un ricorso del Comune di Terracina, con il quale si pretendeva dimostrare l’esistenza di usi civici di pesca nel Lago di Paola. Il diritto esclusivo di pesca nel Lago di Paola in capo alla famiglia Scalfati era già stato riconosciuto con Decreto Prefettizio del 18 maggio 1952.
Il successo delle opere eseguite per lo sviluppo dell’acquacoltura valliva non valse a dissipare la preoccupazione per la qualità delle acque. Le fogne comunali finivano ancora nel lago e, da parte delle autorità, non si aveva ancora cognizione di ciò che stava accadendo all’ambiente lacuale.
La moria, in un colpo, di tutto il patrimonio biologico del Lago di Paola avvenne nel giugno 1979. Il materiale organico scaricato dalle fogne del Comune di Sabaudia determinò la distruzione dell’intera catena alimentare; fu distrutto non solo il plancton, ma anche il benthos, ossia furono uccisi tutti i minori organismi, vegetali o animali, che costituiscono l’inizio della vita in ogni ambiente. Da quel momento, cessò qualunque produzione per vari anni. Tutto il personale, salvo alcuni guardiapesca, fu licenziato. Gli oneri bancari e previdenziali imposero all’Azienda Vallicola il ricorso al tribunale per richiedere l’amministrazione controllata.
Il 15 settembre 1992, il Tribunale di Latina accoglie la domanda di risarcimento proposta dall’Azienda Vallicola contro il Comune di Sabaudia. La Corte d’Appello e la Cassazione confermano la condanna, liquidando il risarcimento in sette miliardi di Lire.
Negli anni successivi, il proliferare sulle acque del Lago di Paola di attività abusive, principalmente legate alla nautica a motore, aggravarono ulteriormente la situazione delle attività di acquacoltura storicamente presenti nel bacino.
A seguito della scomparsa dell’Avv. Giulio Scalfati, avvenuta nel settembre 2007, gli eredi hanno assunto il controllo dell’Azienda Vallicola del Lago di Paola. Nel giugno 2009 è stato presentato un progetto di riqualificazione ambientale e produttiva del Lago di Paola, che prevede interventi volti a riqualificare le attività vallive (acquacoltura e mitilicoltura), valorizzando la tradizione secolare che le lega indissolubilmente alla storia del territorio pontino.
La trattazione sopra riportata chiarisce che l’esercizio della pesca valliva nel Lago di Paola rientra senz’altro tra quelle attività agro-silvo-pastorali consuetudinarie e tradizionali dell’area pontina.